Chi perde il lavoro si pone quasi sempre le stesse due domande: la NASPI quanto dura e quanto mi spetta ogni mese? Sono le informazioni che servono per capire come organizzare i mesi successivi, e purtroppo di rado si trovano spiegate in modo chiaro. La NASPI, cioè la Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego, è l‘indennità di disoccupazione che l’INPS versa ai lavoratori dipendenti che restano senza impiego per cause indipendenti dalla loro volontà. In questa guida trovi tutto ciò che conta: la durata, il calcolo dell’importo aggiornato al 2026, i requisiti e la procedura per fare domanda senza sbagliare.
Come funziona la NASPI e a chi spetta
La NASPI spetta ai lavoratori subordinati che perdono l’occupazione in modo involontario, quindi in caso di licenziamento, scadenza di un contratto a termine, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale raggiunta davanti alla Direzione Territoriale del Lavoro. Restano esclusi, come regola generale, chi si dimette volontariamente e chi lascia il posto di comune accordo con il datore fuori dalle sedi protette.
Per ottenere l’indennità servono due condizioni precise: la prima è lo stato di disoccupazione involontaria, che va dichiarato all’INPS; la seconda è il requisito contributivo: almeno 13 settimane di contributi versati nei quattro anni che precedono la fine del rapporto di lavoro. Basta possedere queste settimane, senza altri vincoli di anzianità particolari nella maggior parte delle situazioni.
Una precisazione utile a chi si è mosso di recente tra un impiego e l’altro: dal 2025 chi aveva lasciato volontariamente un precedente contratto a tempo indeterminato nei dodici mesi prima della nuova disoccupazione deve soddisfare il requisito delle 13 settimane in un arco temporale più stretto. È una regola tecnica che, da sola, può decidere se l’indennità spetta oppure no, perciò conviene verificarla prima di presentare la domanda.
NASPI quanto dura: il calcolo della durata
Veniamo alla domanda più frequente in assoluto. La durata della NASPI è pari alla metà delle settimane di contribuzione presenti negli ultimi quattro anni, fino a un tetto massimo di 24 mesi. In pratica l’INPS conta i contributi versati nel quadriennio e riconosce l’indennità per un numero di settimane corrispondente alla loro metà.
Un esempio per spiegare meglio: chi ha lavorato per due anni pieni nell’ultimo quadriennio, con circa 104 settimane di contributi alle spalle, riceve la NASPI per circa 52 settimane, quindi un anno. Chi invece raggiunge o supera le settimane necessarie a coprire i quattro anni arriva al limite massimo dei 24 mesi.
C’è un dettaglio da tenere presente nel conteggio: le settimane che hanno già dato diritto a una precedente indennità di disoccupazione non vengono contate una seconda volta. Rientrano nel calcolo solo i contributi non ancora utilizzati per prestazioni passate. Ecco perché due persone con lo stesso numero di anni lavorati possono avere durate diverse, a seconda di quanto hanno già percepito in passato.
Quanto dura la NASPI dopo i 50 anni
Molti si chiedono se l’età cambi la durata dell’indennità, soprattutto chi ha superato i 50 o i 55 anni. La risposta è che il criterio di calcolo resta identico per tutti: metà delle settimane contributive del quadriennio, fino al tetto dei 24 mesi. A parità di contributi, l’età anagrafica da sola non allunga il periodo di indennità.
Fino al 2025 gli over 55 godevano di un vantaggio sul cosiddetto décalage, la riduzione progressiva dell’importo di cui parliamo tra poco. La Legge di Bilancio 2026 ha però eliminato quel trattamento di favore legato all’età: da quest’anno la riduzione mensile parte allo stesso modo per tutti, a prescindere dagli anni anagrafici. Chi ha una lunga carriera alle spalle tende comunque a raggiungere più facilmente il massimo dei 24 mesi, semplicemente perché ha accumulato più contributi nel tempo.
NASPI quanto spetta: il calcolo dell’importo 2026
Passiamo all’altra grande domanda, cioè quanto arriva ogni mese. L’importo si basa sulla retribuzione media mensile imponibile degli ultimi quattro anni, e segue una formula a due scaglioni aggiornata ogni anno dall’INPS. Per il 2026 i valori di riferimento sono fissati dalla Circolare INPS n. 4 del 28 gennaio 2026.
Il calcolo funziona così: se la retribuzione media mensile è pari o inferiore a 1.456,72 euro, la NASPI corrisponde al 75% di quella cifra. Se invece la retribuzione supera quella soglia, si somma al 75% del valore soglia (pari a 1.092,54 euro) anche il 25% della parte eccedente, fino a un tetto massimo di 1.584,70 euro lordi al mese. Oltre quel massimale l’indennità non sale, qualunque fosse lo stipendio precedente.
Qualche esempio pratico aiuta a orientarsi. Con una retribuzione media di 1.300 euro, l’indennità è il 75% e vale circa 975 euro lordi. Con uno stipendio medio di 1.500 euro, superata di poco la soglia, si arriva intorno ai 1.100 euro. Chi aveva redditi elevati si ferma comunque al tetto dei 1.584,70 euro. Attenzione a un punto spesso trascurato: gli importi indicati sono lordi, perché l’INPS agisce come sostituto d’imposta e trattiene l’IRPEF prima del versamento. Il netto che arriva sul conto è quindi inferiore, in una misura che dipende dalle detrazioni e dalla situazione fiscale personale.
Il décalage: perché l’importo si riduce nel tempo
Un aspetto che sorprende chi percepisce la NASPI per la prima volta è la riduzione progressiva dell’assegno. Il meccanismo si chiama décalage e prevede che, a partire dal sesto mese di fruizione (dal 151° giorno), l’importo cali del 3% ogni mese, calcolato sulla cifra percepita il mese precedente.
Come abbiamo visto, dal 2026 il décalage si applica a tutti allo stesso modo, senza più l’esenzione che riguardava gli over 55. La logica di fondo è quella di incentivare il rientro al lavoro con il passare dei mesi, senza togliere il sostegno economico durante tutta la durata riconosciuta. Chi programma le proprie finanze durante la disoccupazione deve tenere conto di questa curva discendente, perché l’importo dell’ultimo periodo è sensibilmente più basso rispetto a quello iniziale.
Che differenza c’è tra NASPI e disoccupazione
Capita spesso di sentire usare i due termini come sinonimi, e in parte lo sono diventati nel linguaggio comune. “Disoccupazione” è il nome generico con cui la gente indica il sussidio per chi perde il lavoro, mentre NASPI è il nome tecnico e attuale della prestazione, introdotta dal Jobs Act nel 2015. Quando qualcuno chiede quanto dura la disoccupazione o quanto spetta di disoccupazione, nella pratica sta parlando proprio della NASPI.
In passato esistevano altre sigle, come l’ASPI e la mini-ASPI, che la NASPI ha sostituito unificando le regole. Esistono ancora prestazioni distinte per categorie particolari, ad esempio la DIS-COLL riservata ai collaboratori con rapporto di co.co.co. Per un lavoratore dipendente standard, però, disoccupazione e NASPI indicano la stessa identica cosa.
Domanda NASPI INPS: come e quando presentarla
La domanda si presenta all’INPS entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. Il termine è perentorio: chi lo lascia scadere perde il diritto all’indennità, quindi conviene muoversi presto. La richiesta va inoltrata per via telematica, attraverso il portale INPS con le credenziali SPID, CIE o CNS, tramite il Contact Center oppure rivolgendosi a un patronato, che offre assistenza gratuita.
Prima di procedere è utile avere pronti alcuni documenti: un documento d’identità valido, la lettera di licenziamento o la documentazione che attesta la cessazione, l’IBAN del conto su cui ricevere i pagamenti (intestato o cointestato al richiedente) e, nel caso di dimissioni per giusta causa, le prove a supporto. La decorrenza dell’indennità parte in genere dall’ottavo giorno successivo alla cessazione, se la domanda arriva entro quel termine, altrimenti dal giorno seguente alla presentazione.
Chi lo desidera può richiedere la NASPI anticipata in un’unica soluzione per avviare un’attività autonoma o d’impresa. Dal 2026 c’è una novità sull’anticipazione, che non viene più erogata tutta insieme ma in due tranche, il 70% al momento della richiesta e il restante 30% al termine, previa verifica della prosecuzione dell’attività.
Cosa succede quando finisce la NASPI
Al termine del periodo riconosciuto l’indennità si esaurisce e non è previsto un rinnovo automatico. Chi resta senza lavoro può però valutare altre misure di sostegno, come l’Assegno di Inclusione, destinato ai nuclei familiari in condizione di fragilità economica e in possesso di determinati requisiti reddituali e ISEE.
C’è poi un vantaggio della NASPI che guarda al futuro: durante il periodo di fruizione l’INPS accredita la contribuzione figurativa, utile ai fini della pensione. In altre parole i mesi di disoccupazione indennizzata restano validi nella carriera contributiva e continuano a contare per il calcolo pensionistico entro i limiti previsti. Se nel frattempo si trova una nuova occupazione, l’indennità si sospende o cessa, e un’eventuale futura disoccupazione potrà dare diritto a una nuova NASPI, sempre che si maturino di nuovo i requisiti richiesti.
Un aiuto per la tua domanda NASPI
Tra requisiti contributivi da verificare, termini da rispettare e il calcolo dell’importo, la NASPI nasconde più di un dettaglio in cui è facile perdersi. Un errore nella domanda o un documento mancante possono ritardare il pagamento proprio nel momento in cui serve di più.
Noi di Alti Servizi seguiamo ogni giorno lavoratori di Roma est e dei Castelli Romani nella presentazione della domanda di disoccupazione, dal controllo dei requisiti fino all’invio pratico all’INPS. Se hai perso il lavoro e vuoi capire quanto ti spetta e per quanto tempo, contattaci: il nostro patronato ti assiste gratuitamente e ti accompagna passo passo in tutta la procedura.
